La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

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martedì 5 giugno 2018

Karl Mozart, il figlio "milanese" del genio della musica

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milano mozart carl Karl cavalchina maninAlla morte del grande Wolfgang Amadeus Mozart (avvenuta il 5 dicembre 1791), oltre alla moglie Constanze, gli succedettero i figli Karl Thomas e Franz Xaver.
Karl Thomas (1784-1858, detto anche Carl), dopo gli anni trascorsi a Praga (per gli studi ginnasiali) e a Livorno (dove si dedicò con scarsi risultati al commercio di pianoforti), sentendosi profondamente attratto dalla musica (alla quale tuttavia la madre non lo aveva destinato, avendogli preferito il fratello), approdò a 21 anni nella fervente Milano napoleonica (era il 1806).
Qui tentò di proporsi come musicista professionista, grazie agli insegnamenti di Bonifazio Asioli. Tuttavia si risolse nel 1810 ad abbandonare il tentativo di fare della musica una professione, orientandosi più prosaicamente su impieghi di traduzione e di ragioneria.
Venne così assunto, rientrati gli Austriaci nel Lombardo-Veneto, come impiegato nella Imperial Regia contabilità centrale dello Stato.
milano mozart carl Karl cavalchina maninmilano mozart carl Karl cavalchina maninAndò a vivere in un discreto alloggio preso in locazione, scapolo (aveva avuto una figlia da una relazione giovanile, ma la piccola era morta in età scolare) e con l'unica compagnia del servitore Giuseppe e del cane Morello, nella contrada della Cavalchina, al n. 1419.


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Oggi il rettifilo ha preso il nome di via Manin, e il numero 1419 doveva essere dove ora sorge il moderno edificio dell'Hotel Manin, così ricostruito dopo i bombardamenti della seconda guerra (ci troviamo quasi di fronte a palazzo Dugnani, e di fianco a palazzo Meli Lupi di Soragna).
milano mozart carl Karl cavalchina manin
Una lettera indirizzata a Karl Mozart
Con la sicura e sufficiente retribuzione che il Governo austriaco gli passava regolarmente, decise di coltivare la musica come semplice passione, in ricordo del padre da lui tanto ammirato e venerato. Peraltro, la madre, da Vienna, gli aveva spedito il fortepiano a coda del padre, e fu proprio suonando questo strumento nell'appartamento milanese che Karl passò forse le ore più intense della sua tranquilla vita (teneva spesso, nel suo salotto, piccoli concerti per gli amici).
Nel 1850 fu messo a riposo per raggiunti limiti d'età. Comprò subito una casa di campagna in provincia di Como, con l'idea di passarvi le estati, così opprimenti a Milano, lui sofferente di gotta.
Riuscì a godersi poco la vecchiaia e il suo acquisto: fu trovato morto nella sua dimora milanese, la mattina del 31 ottobre 1858
Essendogli premorta la figlia, con lui si estinse la discendenza dei Mozart.
Nel testamento dispose che erede universale fosse "lo stabilimento musicale di Salisburgo detto Mozarteum" (fondato nel 1841, oggi Università, Fondazione e Orchestra, una delle più autorevoli realtà culturali austriache). Lì andarono così il pianoforte già del padre Mozart, altri strumenti musicali, i ritratti e i documenti di famiglia.
Lasciò al servitore la casa campestre. Dispose poi molti legati a vari amici milanesi e austriaci.
Fu sepolto nel cimitero della Mojazza, ma con la soppressione dei questo camposanto le sue spoglie andarono disperse durante il trasporto verso il Cimitero Monumentale (dove recentemente è stata almeno posta una lapide ad eterna memoria).

Mauro Colombo
giugno 2018
maurocolombomilano@virgilio.it


giovedì 24 maggio 2018

Dal Cavallino Rosso alla fondazione Prada



cavallino rosso prada sis isarco fondazione

La Fondazione Prada di largo Isarco, tra corso Lodi e via Ripamonti, è nata sulle ceneri di un bel fabbricato industriale degli anni Dieci, che un tempo ospitava la prestigiosa ed affermata distilleria della Società Italiana Spiriti (poi statalizzata), famosissima per il brandy del Cavallino Rosso, tanto caro agli italiani degli anni cinquanta e sessanta.
prada SIS spiriti isarco romana
Come tutte le ex fabbriche della zona, anche questa sfruttava il contiguo scalo ferroviario di porta Romana.
fondazione prada vagoni merci SISFino agli anni settanta, non era raro vedere vagoni merci uscire dal muro dello scalo e raggiungere, attraverso appositi binari di servizio (un tempo la città ne contava moltissimi), le realtà produttive del quartiere, durante il giorno popolato da migliaia di operai, in un allegro, anche se faticoso, via vai di carri, camion, gente indaffarata.
Il progetto di recupero, inaugurato giusto tre anni fa, è stato curato dallo studio Oma di Rem Koolhas, su un'area produttiva di imponenti dimensioni (la SIS occupava quasi 19.000 metri quadrati). 
L'architetto olandese ha salvato sette edifici industriali originali, ai quali ha affiancato strutture nuove, l'ultima appena inaugurata: la torre. 
cavallino rosso prada koolhas


Mauro Colombo
maggio 2018
maurocolombomilano@virgilio.it




giovedì 17 maggio 2018

Le lunette dei quattro continenti in Galleria

galleria vittorio emenuele milano ottagono mosaici

galleria vittorio emenuele milano mosaiciTra le varie decorazioni ideate per la Galleria Vittorio Emanuele, notevole importanza hanno gli attuali mosaici realizzati nelle quattro lunette della volta.
I quattro spazi architettonici furono affidati a quattro diversi pittori: ognuno di essi avrebbe dovuto realizzare un'allegoria di un continente, in modo che venissero rappresentate le quattro principali parti del Mondo (Europa, Asia, Africa, America; l'Oceania fu esclusa, benchè all'epoca fosse già colonizzata da vari Stati europei).

milano vittorio emenuele ottagono mosaico
L'incarico venne affidato nel maggio inoltrato del 1867. Dunque, mancavano poco più di tre mesi perché quella ambiziosa impresa edilizia venisse inaugurata al cospetto del re il 15 settembre: i tempi erano stretti e nessuno poteva ritardare la consegna del proprio lavoro pittorico. Ognuno di loro realizzò così un meraviglioso dipinto ad olio su pannello di tela.

galleria vittorio emenuele milano ottagono mosaici lunetteAngelo Pietrasanta (allievo di Hayez, qui per la biografia) realizzò l’Europa, con le sue civiltà antiche e i molti strumenti dell’umano sapere.





galleria vittorio emenuele milano ottagono mosaici lunette
Bartolomeo Giuliano, piemontese (qui la biografia), si dedicò all'Asia, con tanto di mandarino cinese e vari indigeni.






galleria vittorio emenuele milano ottagono mosaici lunetteEleuterio Pagliano, fervente garibaldino dalla vita avventurosa, raffigurava l’Africa ricordandoci le grandezze dell'Egitto e i suoi animali esotici.




galleria vittorio emenuele milano ottagono mosaici lunetteInfine, Raffaele Casnedi, professore di disegno all’Accademia di Brera, ci regalò l'America  (tra pellerossa e schiavi di colore, con un richiamo a Colombo e Washington).




Purtroppo, la fretta nell'esecuzione ed un errore di preparazione dei fondi, portarono ben presto al deterioramento dei quattro dipinti: nel 1911 si ricostruirono i cartoni per la sostituzione dei dipinti con mosaici. Questi vennero realizzati da Alessandro dal Prat entro il 1921.
Sono gli stessi che vediamo oggi e che hanno subito un importante lavoro di pulitura negli ultimi anni.
galleria vittorio emenuele milano ottagono mosaici lunette

Mauro Colombo
maggio 2018
maurocolombomilano@virgilio.it









giovedì 10 maggio 2018

Napoleone come Marte pacificatore del Canova (Brera)

napoleone marte pacificatore bronzo a brera

Entrando nel cortile d'onore dell'Accademia di Brera l'occhio del visitatore è subito calamitato dalla statua bronzea che vi campeggia al centro.
Si tratta della statua dedicata a Napoleone, rappresentato come un colossale Marte pacificatore, nudo, ad eccezione della clamide militare, appoggiata alla spalla sinistra. Il braccio destro regge un globo dorato, dominato dalla Vittoria alata.
Artefice fu il Canova, all'epoca uno degli scultori più apprezzato e richiesto in tutta Europa.
canova napoleone marte pacificatore breraQuesta statua ha una storia un po' curiosa, e anche se è definita quale "copia", vedremo che in realtà si tratta in realtà di una seconda versione.
Tutto iniziò quando l'imperatore dei francesi in persona chiamò a Parigi nel 1802 il celebre artista trevigiano, commissionandogli una statua colossale, a figura intera, che lo immortalasse.
Canova, accettato l'incarico, rientrò in Italia e iniziò presto a lavorare un blocco di marmo di Carrara, dal quale trasse la statua. Questa fu pronta nel 1806, e fu poi trasferita a Parigi nel 1811.
Tralasciando l'insoddisfazione che Napoleone ebbe nel vederla, con la caduta dell'imperatore la statua marmorea finì in mano agli Inglesi, ed è oggi visibile a Londra.
canova napoleone marte londra
Ma restiamo in Italia: qui la statua, prima di partire oltralpe, aveva riscosso grande successo, tant'è che nel 1807 Eugenio di Beauhrnais (di stanza a Milano in qualità di vicerè del Regno italico), commissionò a Canova una replica, ma questa volta in bronzo.
Con l'aiuto di Vincenzo Malpieri, l'artista predispose 5 statue in gesso, necessarie per la fusione a cera persa (una copia sarebbe poi andata al fonditore, una a Napoli, una a Lucca, una all'Accademia di Francia e l'ultima alla biblioteca dell'Università di Padova: è questo il calco in gesso che, dopo una serie di vicissitudini, giunse, a Milano dove oggi si trova, all'interno di Brera).
Il bronzo necessario alla realizzazione della statua venne ottenuto fondendo alcuni cannoni di Castel Sant'Angelo, mentre per l'esecuzione furono incaricati Francesco e Luigi Righetti, fonditori romani. 
Quando la nuova statua bronzea di Napoleone fu pronta e giunse a Milano, iniziarono i problemi (e i contrasti) per decidere la collocazione.
Varie furono le proposte, da piazza del Duomo, al palazzo del Senato, ma nel frattempo, l'opera fu collocata, per interesse dello Zanoia, nel salone delle antichità di Brera.
Anche Francesco Giuseppe, a Milano nel 1857, ordinò invano un piedistallo per la collocazione nei Giardini pubblici.
Si dovette attendere Napoleone III perchè il colosso di bronzo, nel 1859, venisse finalmente posizionato dove lo vediamo oggi: nel cortile di Brera.
Nota dolente: nel 1978 la vittoria alata fu rubata, e oggi ne vediamo una copia moderna.


Mauro Colombo
maggio 2018
maurocolombomilano@virgilio.it

giovedì 3 maggio 2018

Il Rattin che accendeva la Galleria Vittorio Emanuele

Rattin per illuminare la galleria Vittorio Emanuele

Rattin per illuminare la galleria Vittorio EmanueleInaugurata la Galleria Vittorio Emanuele (nel 1867), l'illuminazione interna venne garantita fin da subito dalle lampade a gas, prodotto nelle Officine del Gas di porta Ludovica (solo nel 1885 si passò gradualmente alla luce elettrica).
La luce a gas era emanata da apposite lampade a candelabro, con azzurre fiammelle. Il gas veniva acceso da un operaio, uno dei tantissimi "lampeè" che provvedevano anche ad accendere i lampioni delle strade.
Il problema si pose per l'illuminazione della cupola, posta a 50 metri dal suolo. Impossibile salire ogni sera per dare la fiamma all'impianto del gas.
Rattin per illuminare la galleria Vittorio Emanuele
L'architetto Mengoni (il padre della Galleria) pensò anche a questo: fece costruire una piccola rotaia che scorreva a pochi centimetri dai beccucci per tutta la circonferenza della cupola. La rotaia era percorsa, all'atto dell'accensione, da un carrellino sulla cui sommità veniva acceso un tampone era imbevuto di liquido infiammabile.
Rattin per illuminare la galleria Vittorio Emanuele 
Il carrellino (mosso da una carica manuale, a molla, come i trenini dei bambini) correva sul suo percorso accendendo gli ugelli dai quali usciva il gas. La mattina, bastava chiudere il rubinetto del gas per farli spegnere.
Tutte le sere, il carrellino correva proprio come un topolino (un rattin) ad illuminare la volta. Un momento magico, un vero spettacolo per grandi e piccini.
Fortunatamente, quando l'intero sistema andò in pensione (per l'arrivo della luce elettrica), il "rattin" fu conservato, e oggi Milano lo custodisce gelosamente (recentemente era in mostra al Castello, di solito è a Palazzo Morando).
Rattin per illuminare la galleria Vittorio Emanuele

Mauro Colombo
maggio 2018
maurocolombomilano@virgilio.it