La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

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giovedì 10 marzo 2016

Villa Simonetta


villa simonetta

La celebre villa Simonetta (oggi in via Stilicone) trova origine in una semplice dimora di campagna costruita nell'ultimo decennio del Quattrocento da tal Gualtiero Bascapè, giudice dei Dazi e poi consigliere di Ludovico il Moro.
Il funzionario aveva acquistato un fondo agricolo poco fuori città dall'Ospedale Maggiore, e su questo aveva fatto realizzare, per se e famiglia, un casino da caccia ribattezzato La Gualtiera, a pianta rettangolare, dove sappiamo passò in tranquillità gli ultimi anni della sua vita (morì nel 1508).
villa simonetta gonzagaSuccessivamente l'edificio passò alla famiglia Cicogna, che salvo alcuni lavori, non mostrò grande interesse, tanto da rivenderlo ben presto a Fernando (Ferrante) Gonzaga, quarto Governatore dello Stato di Milano, ormai entrato a far parte dei vasti domini spagnoli.
Il Governatore, nel 1547,  decise di trasformare la struttura agreste in una sontuosa villa di campagna, dove sfarzo e lusso potessero mostrare agli ospiti quanto fosse potente il padrone di casa. Per tale ragione, incaricò dell'ammodernamento l'architetto Domenico Giunti, che già per il Governatore e per lo Stato aveva lavorato ai progetti di bastionatura cittadina. Divenne così "La Gonzaga".
Solamente il porticato a cinque arcate del lato est venne conservato intatto, per il resto il rifacimento fu massiccio. Furono aggiunti due corpi di fabbrica laterali verso il giardino, ottenendo una struttura ad U. Sulla facciata principale, l'architetto applicò un portico formato da 9 archi, retto da pilastri e semicolonne addossate, sovrastato da due ordini di logge con balaustre ornate.
villa simonetta
villa simonettaInternamente ed esternamente la villa fu decorata da cicli di affreschi che illustravano le imprese dei Gonzaga, celebrati da Paolo Giovio.
Richiamato presto in Spagna, Ferrante Gonzaga vendette la villa (nel 1555) alla famiglia Simonetta, dalla quale iniziò  a prendere il nome. Qui si narrava che la moglie del padrone di casa ricevesse numerosi amanti per poi ucciderli, e i fantasmi dei giovanotti avrebbero infestato per decenni la dimora.

villa simonetta dal re

villa simonetta

villa simonettaLa bella struttura passò poi di mano più volte, divenne anche luogo prescelto per festini e bagordi di una nota banda di giovinastri (quelli della Teppa). La fine ingloriosa arrivò quando alle sue spalle venne realizzata la ferrovia, che ne deturpò il giardino e che soprattutto ne minò la tranquillità.

E pensare che fino ad allora era celebre anche per una prodigiosa eco che poteva ascoltarsi sotto il portico. A ricordo di  questo curioso effetto v'è una scritta dipinta sul muro esterno, sotto il colonnato del pianterreno. Si narrava dunque che un'eco incredibile fosse capace di ripetere fino a trenta volte la parola "amore". Lo stesso Stendhal, giunto in villa durante il suo soggiorno a Milano nel 1816, testimoniò di aver sentito risuonare cinquanta volte un colpo partito dalla propria pistola.
villa simonetta eco
Dopo lo sfregio del treno in giardino a poche decine di metri dalle finestre, la nobile dimora fu declassata a ospedale per colerosi, poi fabbrica, magazzino, osteria.


villa simonetta

villa simonetta

Durante la seconda guerra mondiale fu più volte centrata dalle bombe sganciate dagli aerei che avevano come obiettivo il vicinissimo scalo ferroviario: le conseguenze furono pesanti, tanto che al termine del conflitto  la villa appariva quasi un rudere scoperchiato.

villa simonetta bombardamenti WWII

villa simonetta

Negli anni cinquanta, ormai abbandonata e devastata, fu rilevata dal Comune, che lentamente la riportò (quasi) ai fasti di un tempo. Oggi è sede della scuola musicale Claudio Abbado.

villa simonetta

BIBLIOGRAFIA 

Azzi Visentini M. - Cassanelli R. - Langè S. - Malovini C.: "Ville di delizia nella provincia di Milano", 2003
Castellano A.: "La Lombardia Spagnola, La villa milanese nella prima metà del Cinquecento. Un prototipo inedito: la Gualtiera Simonetta", 1984
Soldini N.: "Nec spe nec metu. La Gonzaga: architettura e corte nella Milano di Carlo V", 2007


mauro colombo
marzo 2016
maurocolombomilano@virgilio.it




venerdì 26 febbraio 2016

Lo scomparso ponte di Porta Ticinese


ponte porta ticinese pompeo calvi
1857: dipinto di Pompeo Calvi
Con la progressiva copertura della Cerchia dei navigli, un tempo fossato medievale a difesa della città, tutti i ponti che l'attraversavano vennero demoliti e rimossi. 
Salvo il famosissimo ponte in ferro detto "delle Sirenette", che venne spostato al parco Sempione, gli altri attraversamenti sparirono per sempre, per colpa di un'operazione urbanistica ormai unanimemente  biasimata.
Il ponte che scavalcava la Cerchia all'altezza della Porta Ticinese medievale (oggi sarebbe tra via De Amicis e via Molino delle armi, lungo il corso di Porta Ticinese) fece naturalmente la fine degli altri.
Tuttavia, il suo ricordo sopravvive in moltissime raffigurazioni giunte fino a noi: dipinti, stampe e fotografie.
il ponte verso il 1850
Per un fortuito caso, è forse l'unico del quale abbiamo anche una testimonianza fotografica della sua evoluzione ottocentesca.
Infatti, il vecchio ponte (che tante volte ispirò pittori di varia fama) venne demolito e ricostruito nell'estate del 1880.
ponte porta ticinese
il ponte verso il 1870, poco prima del rifacimento
Poco prima, nel 1861, era stata restaurata da Camillo Boito la Porta Ticinese (in modo un po' fantasioso, aprendo anche i due fornici pedonali laterali). 
ponte porta ticinese
Il rifacimento e ammodernamento del ponte portò grandi  vantaggi: innanzitutto, la luce sottostante aumentò d'ampiezza, permettendo una migliore navigabilità della fossa del naviglio. Fu inoltre aggiunta la rampa per agevolare il traino contro corrente dei barconi.
A livello stradale, fu rinforzato il piano di calpestio, tanto che presto vennero posate le rotaie per una delle prime linee di tram a cavalli.
Così, gli archivi ci hanno lasciato due foto interessanti: la prima scattata quando ancora il ponte era nella sua primitiva foggia, all'incirca verso il 1870: lo vediamo molto arcuato e stretto, e non in perfetto stato di manutenzione; la seconda, scattata durante i lavori di ricostruzione, da un anonimo fotografo interessato a lasciare testimonianza del cantiere.
La successiva foto del ponte rinnovato ci permette di apprezzare il bel parapetto a colonnine e la presenza di pali per l'illuminazione.

ponte ticinese
il nuovo ponte poco dopo il 1880

Il tutto, ormai, fa parte della storia e dei rimpianti...

Mauro Colombo
febbraio 2016



martedì 16 febbraio 2016

Fagnano: testimonianze sforzesche nel territorio di Gaggiano

GAGGIANO

Seguendo il Naviglio Grande, allontanandosi da Milano, si incontra ben presto Gaggiano.
Fagnano gaggianoQuesto comune, a differenza dei più prossimi alla città, conserva ancora un aspetto agricolo, e il suo territorio è prevalentemente campestre. Le sue numerose frazioni sono piccoli aggregati rurali, spesso formati soltanto da antiche cascine, dove le nuove ristrutturazioni coesistono con vecchie porzioni che hanno visto tempi migliori.
Tra questi nuclei, molto suggestiva è la piccolissima Fagnano (un tempo detta "sul naviglio"): poche ma vaste cascine, una chiesa, tanti campi coltivati e marcite.
Ecco indicato il borgo nella carta del Claricio edita nel 1600:

Fagnano Gaggiano Claricio

Quello che però colpisce anche chi ci passa distrattamente, è la massiccia ed austera dimora di epoca tardo sforzesca.
cicco simonetta fagnano gaggianoIl territorio di Fagnano iniziò a legarsi a Milano quando Francesco Sforza, da poco entrato in città quale nuovo Signore  (1450) infeudò all'erudito e scaltro Cicco Simonetta (1410-1480) questa piccola porzione di campagna del ducato milanese.
Lo Sforza  non fece mai mistero di quanta parte delle sue fortune politiche e diplomatiche fosse dovuta al Simonetta e ai suoi fratelli, parenti ed amici.   Lo Sforza si dimostrò subito riconoscente con coloro che lo avevano servito sino ad allora, collocando ex funzionari ed ex soldati a lui fedeli in tutti i più importanti posti di comando del ducato. Tutti i fratelli Simonetta ottennero subito la cittadinanza milanese, e a tutti toccarono in premio feudi e possedimenti.
Cicco Simonetta, oltre a Sartirana Lomellina e a tanti altri feudi minori, ottenne, appunto, Fagnano, piccolo nucleo abitato fin dall'antichità e circondato da un discreto territorio in parte boschivo.
Qui, fece edificare un piacevole "casino" da caccia, nello stile tipico delle dimore e dei castelli sforzeschi.
fagnano borromeo d'adda doria medici
Immaginiamoci  una sorta di villa campestre debitamente protetta, dove il famoso Consigliere dei primi Sforza trascorreva piacevoli momenti di svago, dedicandosi alla passione preferita all'epoca tra nobili e ricchi: la caccia alla selvaggina, nel Quattrocento assai abbondante in queste zone così lontane dalla mura cittadine.
Del resto, poco lontano, sorge il castello di Cusago: una residenza prima viscontea poi sforzesca, che perse ben presto la sua vocazione difensiva e militare per divenire una elegante dimora ove esercitare, assieme ad amici ed ospiti anche stranieri, la nobile arte della caccia.
Non stupisce quindi che il massimo consigliere e diplomatico di casa Sforza volesse imitare i suoi Signori con una piccola residenza venatoria.

fagnano borromeo d'adda doria medici
Dopo Francesco, il Simonetta servì il figlio Galeazzo Maria, fino a quando, rimasto ucciso questi nella famosa congiura di santo Stefano, ottenne nel 1477 la nomina a Segretario ducale, di fatto il Primo Ministro di uno stato retto da un duca di 8 anni, Gian Galeazzo, e da una vedova piuttosto sprovveduta, Bona di Savoia.
Giunto all'apice del potere, in meno di due anni la fortuna gli voltò le spalle: Ludovico il Moro, rientrato a Milano dopo aver convinto Bona a liberarsi del troppo potente e invadente anziano consigliere, divenne di fatto il nuovo Signore di Milano, esautorando Cicco.
Questi precipitò subito nella disgrazia: arrestato, torturato, imprigionato, accusato di qualsiasi cosa, e nell'arco di pochi mesi, messo a morte nel castello di Pavia.
E, naturalmente, tutti i suoi beni confiscati e ridistribuiti. Solo con l'arrivo dei Francesi la famiglia Simonetta riotterrà molte delle fortune acquisite nei decenni precedenti, tornando ad essere una nobile famiglia in vista (Si veda la famosa Villa Simonetta).

fagnano borromeo d'adda doria mediciIl feudo di Fagnano e annessa villa passarono così immediatamente ad un altro favorito di casa Sforza, il medico (e astrologo) Ambrogio Varese, nato a cascina Rosa, lungo il naviglio.  Il duca Gian Galeazzo lo aveva peraltro già investito del feudo della Pieve di Rosate, con titolo comitale trasmissibile a tutti i maschi in infinito.

fagnano borromeo d'adda doria medici

Successivamente l'intera proprietà entrò a far parte dei possedimenti  dei marchesi Borromeo-D'Adda, poi Doria, infine dei Medici di Marignano. Dei quali, peraltro, possiamo vedere lo stemma araldico posto sull'arco di ingresso del cascinale situato nella piazzetta.

fagnano borromeo d'adda doria medici

Fu grazie ai nuovi proprietari, che nella prima metà del Cinquecento il semplice casino da caccia venne trasformato in residenza più scenografica e articolata. Il massiccio corpo di fabbrica principale fu ingentilito sul lato nobile da una elegante loggetta a tre archi, e venne protetto da una corte chiusa  presidiata da due torrette colombaie laterali e un corpo centrale all’ingresso, mostrando la sua doppia anima di castello e palazzo residenziale.
fagnano borromeo d'adda doria medici

fagnano borromeo d'adda doria medici
Intorno sorsero alcuni cascinali, e nei secoli successivi il tutto divenne una grossa tenuta agricola.
Oggi, il borgo di Fagnano si presenta per buona metà in stato di abbandono. Anche la villa,  alla quale una decina d'anni fa venne ripristinato il tetto, è tutt'ora disabitata e mal tenuta, priva di infissi e con l'intonaco ormai cadente. Così anche le torri laterali e l'arco d'ingresso, e la maggior parte dei cascinali che la circondano.
Rimane comunque un luogo alquanto suggestivo, che evoca antichi fantasmi di personaggi entrati nella storia.
donato del conte gaggianoProseguendo lungo la strada che ha condotto fin qui, dopo circa un paio di chilometri, ci si imbatte in un'altra testimonianza legata agli Sforza. Si tratta della Cascina Donato del Conte, oggi parzialmente diroccata, arricchita da un pregevole oratorio (ma in triste e pericoloso abbandono) edificato nel 1482 da Donato del Conte, magistrato delle entrate ordinarie, un importante funzionario dell'epoca di Ludovico il Moro.
Anche a questo personaggio della corte ducale, quale ricompensa, venne attribuito un vasto territorio agricolo, a testimonianza di come all'epoca le terre erano per gli Sforza ottima mercede con la quale remunerare amici e servitori fedeli.
Cosa che del resto avevano fatto in precedenza anche i Visconti: poco distante, un'altra frazione di Gaggiano, San Vito, fu infeudata, quale ricompensa per le attività militari al servizio di Filippo Maria Visconti, a Francesco Bussone, il famosissimo Conte di Carmagnola.

Mauro Colombo
febbraio 2016
ultima modifica: gennaio 2020
maurocolombomilano@virgilio.it







venerdì 29 gennaio 2016

Quando il Trianon....finì in piazza Liberty



trianon piazza liberty

Nella piazza Liberty, a ridosso di corso Vittorio Emanuele II, è impossibile non notare una bianca facciata liberty incastrata tra due ali di un palazzo moderno.
Com'è nato questo ibrido architettonico?

hotel splendid corso vittorio emanuele trianonTutto iniziò nel 1902-1905, quando in corso Vittorio Emanuele venne innalzato il bell'edificio in stile liberty (in Italia detto anche "floreale")  dell'hotel Splendid al Corso, su progetto di Angelo Cattaneo e Giacomo Santamaria. L'edificio nacque sulle ceneri di un precedente edificio che per anni aveva ospitato il celebre Teatro Milanese, di Cletto Arrighi.
Per tale ragione, nei sotterranei del nuovo palazzo venne realizzata una vasta sala teatrale, il Trianon. Uno dei più frequentati teatri dell'epoca, famoso per gli arredi color rosa e il lusso profuso a piene mani. Sotto al Trianon venne ricavata anche una sala tabarin e night, frequentata dai giovani, dove peraltro venne per la prima volta eseguita La Madonina di Giovanni D'Anzi, nel 1936.

vittorio emanuele trianon splendid


trianon
Nel 1938 il teatro venne ribattezzato Mediolanum (per rispetto delle nuove leggi fasciste sulla tutela della lingua italiana), e presto venne riconvertito a cinematografo.
Poi, purtroppo, vennero le terribili bombe del 1943, che devastarono pesantemente l'intera zona, rendendo inagibili quasi tutti i palazzi.
L'edificio fu danneggiato nella copertura e nelle parti interne, ma miracolosamente la facciata resse il colpo. Tant'è che dopo la guerra, il Mediolanum riaprì i battenti, pur in un edificio semi diroccato e alquanto spettrale, come si vede da questa foto dei primi anni cinquanta.

trianon mediolanum

Nel 1954 si decise per la demolizione del semi-rudere, ma si tentò in qualche modo di preservare la facciata, che venne così smontata e inglobata (anche se con modifiche non da poco) in una costruzione di Giovanni e Lorenzo Muzio, che andava sorgendo in piazza san Paolo, luogo poi ribattezzato piazza  Liberty, in onore del movimento architettonico qui rappresentato (un po' falsamente) dall'ex Trianon.

trianon piazza liberty

trianon piazza liberty


mauro colombo
gennaio 2016

trianon milano locandina




lunedì 18 gennaio 2016

Anselmo Ronchetti, il calzolaio di via Cerva

ronchetti milano cerva

L'attuale via Anselmo Ronchetti unisce via Cerva a corso Monforte, ed è parallela  a via Visconti di Modrone, dove un tempo scorreva il naviglio della fossa interna. 
sirenette ronchettiLa via Ronchetti era un tempo detta Terraggio di san Damiano, in onore dell'antica chiesa edificata a ridosso della pusterla a difesa del ponte che permetteva al corso di San Romano (oggi corso Monforte) di scavalcare il naviglio.  Soppressa come lugo di culto nella seconda metà dell’ottocento, venne abbattuta nel 1921, dopo essere stata utilizzata per gli scopi più vari.
Qui vicino si trovava il famoso (ora spostato al Sempione) ponte delle Sirenette 
Ecco due mappe dell'ottocento che mostrano bene la zona, l'esistenza delle tante chiese e l'andamento sinuoso delle vie, non dissimmile ad oggi per la porzione che ci riguarda.

ronchetti
1814
1833
Il terraggio di san Damiano fu intitolato negli anni trenta al Ronchetti quando la Giunta municipale decise di dedicare la via a questo singolare personaggio (nelle dedica ricordato come "patriota") che all'incrocio con via Cerva aveva casa e bottega. Già....bottega...perchè  il Ronchetti era ufficialmente un ....calzolaio!
Una lapide, purtroppo rimossa e ormai perduta, all'epoca dettata dal Romussi, ricordava l’esatta ubicazione dei locali da lui occupati, e bene inquadrava il personaggio.

Anselmo Ronchetti nacque a Pogliano Milanese nel 1773, il 5 ottobre. Rimasto orfano di padre, studiò per breve tempo a Gorla Minore, poi venne a Milano, dove al Carrobio fu assunto come garzone da un ciabattino.
Imparato il mestiere, si mise in proprio, cambiò molte volte bottega (via Larga, poi Cinque vie, poi Durini), fino all'apertura dello storico negozio dove lavorò e visse per tutta la vita.

ronchetti cerva milano scarpe calzolaio

ronchetti milano scarpe calzolaio napoleoneNon solo ebbe come clienti personaggi famosi dell'apoca, ma in pochi anni il suo luogo di lavoro divenne, grazie alla sua passione per la letteratura, occasione di incontro di illustri letterati ed artisti, tra cui il Porta. 
Infatti, “...nelle ore libere però, assetato di sapere, innamorato delle buone lettere e affascinato dalle arti belle, leggeva il Frugoni e il Segneri, né si lasciava sfuggire occasione per arricchire il suo bagaglio culturale di tutte quelle nozioni che dovevano poi apprestare al suo spirito squisito, raffinato e aperto ad ogni bellezza, tante gioie in età matura” (così Luigi Medici nel 1930: "Un calzolaio storico-Anselmo Ronchetti").

ronchetti calzolaio milano napoleone ronchettiniTra i clienti più soddisfatti, si ricorda addirittura Napoleone:  una delle versioni di questa "leggenda", racconta che nel maggio 1796, quando i francesi entrarono vittoriosi a Milano, Ronchetti,  tra la folla festante, anziché guardare il condottiero in volto gli fissò i piedi e, realizzati «a occhio» i calzari, glieli portò a Palazzo. Napoleone rimase talmente soddisfatto che lo nominò calzolaio personale e indirizzò alla sua bottega i più alti dignitari francesi.
Il Porta, regalandogli la sua raccolta di poesie nell’edizione del 1817, gli fece questa dedica, con tanto di sonetto:


“L’autore all’amico Ronchetti, in segno di amicizia e di vera gratitudine universalmente da esso sentita dalla testa fino ai piedi:
Se il mio capo sul busto torreggia,
E s’atteggia – al cangiar degli oggetti,
Sol lo ebbe alla forza del piè;
Ma se il piè regge franco e passeggia
A chi reggia – non v’è, mio Ronchetti,
Che alle scarpe e a stivali di te.”
Ma di lui e delle sue scarpe parlarono con entusiasmo altri letterati come Massimo D'Azeglio, Vincenzo Alfieri, Ugo Foscolo,  Giuseppe Parini, Andrea Appiani,  Vincenzo Monti.
A lui si attribuisce la calzatura detta appunto "ronchettina". 
 Morì  il 19 agosto 1833, e fu sepolto nell'allora cimitero di Porta Tosa.
cerva milano ronchetti calzolaio napoleone
via Cerva 
Un interessante approfondimento dulla figura del Ronchetti è reperibile sul sito www.thehistorialist.com, cliccando qui


mauro colombo
gennaio 2016
maurocolombomilano@virgilio.it







lunedì 11 gennaio 2016

Piazzale Baracca: il monumento all'Eroe dell'aria


milano baracca

Piazzale Baracca è oggi un crocevia alquanto trafficato, posto sulla direttrice corso Magenta-corso Vercelli. Qui  sorgeva porta Vercellina (poi ribattezzata Magenta, dopo la storica battaglia),  che si apriva lungo la cinta dei bastioni spagnoli
La porta, così come la vedevano i nostri nonni o bisnonni, era però frutto di un rimaneggiamento ad opera del Canonica (1805), che mise mano all'originale del XVI secolo dietro impulso di Napoleone.
A metà ottocento lo slargo era privo di nome, ma non per questo aveva scarsa importanza, anzi! Era molto popolato durante il giorno per via dei caselli daziari: dalla città (lungo il borgo delle Grazie, oggi corso Magenta) si usciva imboccando lo stradone postale per Novara (oggi corso Vercelli). E facendo il percorso inverso, le merci qui pagavano il dazio d'entrata.

porta magenta vercellina demolizione
Quando nel 1873 alla città fu annesso il territorio fuori dai bastioni (clicca qui per approfondire sull'annessione dei Corpi Santi), il dazio e la porta persero di funzionalità, e per questo vennero presto abbattuti assieme ai bastioni. Così, dal 1897 circa, il vasto spiazzo (ormai detto "di Porta Magenta") si liberò, e fu subito oggetto di lottizzazione edilizia: si aprirono in fretta numerosi cantieri per costruire, nell'arco di un paio di decenni, molti palazzi medio borghesi, quasi tutti ancora oggi presenti. Venne edificato anche il misterioso villino di cui si parla qui.
Intorno agli anni Venti vennero realizzati i giardinetti centrali.
Piazzale Baracca, porta magenta, corso Vercelli

piazzale magenta poi baracca

Il Monumento a Baracca e la dedica della piazza

Nel giugno 1918, poco prima che terminasse la Grande Guerra, moriva durante una battaglia aerea l'asso dell'aviazione italiana, Francesco Baracca (1888-1918). Il pilota fu ucciso probabilmente da un colpo di fucile sparato da terra, mentre sorvolava le trincee austro-ungariche in zona Montello, ma non c'è certezza assoluta in quanto all'epoca un biplano austro-ungarico sostenne di averlo abbattuto.
baracca spaadI suoi funerali si svolsero il 26 giugno a Quinto di Treviso, alla presenza di autorità civili e militari, e l'elogio funebre venne pronunciato da Gabriele D'Annunzio.
Celebre è l'aneddoto dell'emblema portafortuna che il pilota aveva dipinto sulla carlinga del proprio velivolo: un cavallino nero rampante. Emblema che la madre del pilota affidò pochi anni dopo la tragica morte del figlio a Enzo Ferrari, il quale, dopo averlo modificato nella posizione della coda e nel colore dello sfondo, lo appose sulle vetture che conduceva  quale pilota per la scuderia da corsa dell'Alfa Romeo e, più tardi, sulle vetture della ditta che Ferrari fondò dopo la seconda guerra mondiale: ancora oggi è il simbolo dell'omonima casa automobilistica.

Il mito di Francesco Baracca venne, negli anni venti e soprattutto trenta, perpetuato in molte città italiane: tanti comuni fecero erigere monumenti, e molte vie e piazze furono a lui dedicate.
Anche Milano non fu da meno: lo spiazzo di Porta Magenta venne intitolato all'aviatore, mentre nei giardinetti  venne posizionato il monumento che ancora oggi possiamo ammirare.
Opera dello scultore Silvio Monfrini (con piedistallo dell'architetto Ulisse Stacchini), il monumento fu inaugurato il 27 settembre 1931 da Italo Balbo, allora Ministro dell'Aviazione.
Foto e cronache giornalistiche ci raccontano di una grande cerimonia: folla di cittadini, schieramento della milizia fascista, sfilate di balilla.

baracca monumento milano
baracca monumento milano
Insomma, un vero evento!
Oggi, attraverso le fronde degli alberi, Francesco Baracca se ne sta un po' nascosto, mentre il suo sguardo fissa il traffico caotico del piazzale, i tram che sferragliando passano di continuo, gli autobus che qui fanno anche capolinea. Chissà, magari rimpiange il rumore del suo Spad e della sua mitragliatrice.

baracca cavallino ferrari monumento milano
Il Monumento viene scoperto (1931)

baracca monumento milano
Benedizione del Monumento (1931)

A questo link un breve video girato dall'istituto Luce il giorno dell'inaugurazione del Monumento: Video Luce

Per approfondire su Francesco Baracca, è possibile consultare il sito del Museo a lui dedicato.



Mauro Colombo
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