La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

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lunedì 13 marzo 2017

Le facciate neoromaniche delle chiese milanesi


La seconda metà dell'Ottocento vide la diffusione anche in Italia dello stile architettonico neoromanico, ispirato allo stile romanico in voga nei secoli  XI e XII
Così, molte chiese milanesi di epoca romanica, che nei secoli avevano perso il loro primitivo stile avendo assunto l'aspetto barocco o neoclassico,  furono oggetto di pesanti restauri alle facciate, finalizzati a riportarle ad un ipotetico primitivo aspetto.
Si crearono così dei vistosi falsi storici, e quel che è peggio, molte chiese finirono con l'assomigliarsi in maniera molto spiccata.
Di seguito, i 9 casi più evidenti.


San Babila

Tra il 1881 e il 1890 l'architetto Paolo Cesa Bianchi restaurò la basilica, riportandola alle forme originarie con l'aggiunta della facciata neoromanica, completata nel 1905 dall'architetto Cesare Nava.


san babila milano nava

nava san babila milano


San Calimero

Vi intervenne Angelo Colla fra il 1881 e il 1884, e la facciata neoromanica da lui elaborata fu esplicitamente intesa fin dagli inizi più come un rifacimento di fantasia che come un vero e proprio restauro.

san calimero milano colla


Sant'Eufemia

Nel 1870 l'architetto Enrico Terzaghi creò l'attuale alta aula centrale eliminando tre campate. Per motivi statici la chiesa venne anche allungata di una campata e quindi rifatta la facciata in stile neoromanico.
Vediamo la vecchia facciata nel dipinto del Bellotto e in una foto ottocentesca. Infine, dopo i restauri.

sant'eufemia milano bellotto
sant'eufemia corso italia bellotto terzaghisant'eufemia corso italia san paolo


Sant'Eustorgio

Fino al 1864, stampe, dipinti e (rarissime) foto mostrano la basilica di S.Eustorgio con la sua primitiva facciata, caratterizzata dal grande rosone in corrispondenza della navata centrale.
Il restauro in stile neoromanico, compiuto dall'ingegnere Giovanni Brocca tra il maggio 1864 e l'agosto 1865 le diede la tipica forma a capanna, con archetti sporgenti al di sotto del cornicione superiore, tre portali sormontati ciascuno da una lunetta musiva, una bifora sopra il portone centrale e due monofore sopra quelli laterali.


sant'eustorgio brocca milano

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San Giovanni in Conca

La chiesa era già sconsacrata e mal ridotta quando intervenne Angelo Colla nel 1881 per ripristinarne l'aspetto romanico. A differenza di altre chiese, qui il rosone centrale era sopravvissuto.
Purtroppo la chiesa fu successivamente demolita per motivi viabilistici, legati allo sviluppo di piazza Missori, via Mazzini e via Albricci. Oggi sopravvive un moncone di abside e la cripta.
La facciata del Colla fu salvata e da lui stesso riposizionata (con leggere modifiche) sulla chiesa valdese di via F. Sforza.


san giovanni in conca colla milano missori

colla milano san giovanni in conca missori


San Marco

Qui intervenne Carlo Maciachini nel 1871, che ideò il rosone centrale e costruì i pinnacoli.


maciachini san marco milano


maciachini san marco milano naviglio

Santa Maria incoronata

Situata in corso Garibaldi, ha la particolarità di essere una delle due sopravvissute chiese doppie di Milano.
La facciata attuale è il frutto dei restauri di inizio novecento.
neoromanico garibaldi incoronata
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San Sepolcro

La facciata neoromanica nacque negli anni 1894 - 1897 a opera di Gaetano Moretti e Cesare Nava.  Poco dopo, nel 1903, i due campanili vennero resi gemelli abbassando quello di destra all'altezza originaria, e l'affresco del Bramantino che era collocato sopra il portale venne staccato e trasferito all'interno della chiesa.

san sepolcro milano nava
san sepolcro campanili
san sepolcro nava milano


San Simpliciano

Intervento del Maciachini del 1870, soprattutto nella parte alta, per creare due trifore laterali, due bifore centrali, una trifora in alto ed archetti decorativi.

san simpliciano maciachini milano


san simpliciano maciachini

Santa Maria del Carmine

Anche l'attuale facciata di questa chiesa fu realizzata nel 1880 per opera del Maciachini, in stile neoromanico lombardo.
Qui però (a differenza di tutte le altre chiese di cui si parla) non esisteva alcuna facciata, essendo la chiesa rimasta incompiuta fin dal XV secolo.

santa maria carmine milano maciachini

Mauro Colombo
marzo 2017
maurocolombomilano@virgilio.it


giovedì 2 marzo 2017

I campanili del Duomo

duomo torre campanile milano


Nel 1866 venne decretata per motivi di sicurezza l'immediata demolizione della torretta campanaria in mattoni posta sul tetto del Duomo.  
A questo punto, la mancanza di un degno campanile per la Cattedrale venne da più parti stigmatizzata, soprattutto dalla Veneranda Fabbrica.

duomo torre campanile milanoDel resto, già nel concorso del 1862 per il completamento della facciata del Duomo, il Beltrami aveva ipotizzato un degno campanile gotico separato, da erigersi a ridosso della manica lunga del palazzo reale (dove oggi c'è l'arengario di epoca fascista).
Come sappiamo, non se ne fece nulla, e l'annosa questione si trascinò per altri decenni, fino a quando riemerse prepotentemente dopo la grande guerra.
Negli anni venti e trenta vennero predisposti numerosi progetti, anche sulla scia dell'indetto concorso pubblico per la realizzazione di una torre littoria (1934).
Ecco di seguito i progetti del Bacciocchi, quello del Cabiati, quello del Pasquè, quello di Zacchi:

duomo torre campanile milano


duomo torre campanile milano

duomo torre campanile milano
campanile torre duomo zacchi


duomo torre campanile milanoIl progetto maggiormente apprezzato, e pubblicizzato con numerose simulazioni pittoriche (pare fosse anche apprezzato da Mussolini) fu quello ideato e disegnato dal pittore Vico Viganò, come da progetto per la prima volta reso pubblico nel 1927.
Intitolato "Torre delle memorie delle vittorie delle glorie", prevedeva un campanile alto più della Madonnina, e sulla cima avrebbe brillato un faro.
campanile duomo vico viganòcampanili duomo viganòLe feroci critiche sollevatesi da più parti fecero però accantonare l'idea, tant'è che nel 1938 venne premiato, al concorso per la sistemazione di piazza Duomo, il progetto di un ben diverso edificio monumentale, il palazzo dell'Arengario (architetti Portaluppi, Muzio, Magistretti e Griffini), il cui cantiere vedrà la luce nel 1939.
E così il Duomo rimase privo  di un vero campanile.
Le tre campane principali (e anche la quarta) rimasero pertanto posizionate in una zona non visibile, vicine al tiburio.


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mauro colombo
marzo 2017
ultimo aggiornamento: settembre 2017
maurocolombomilano@virgilio.it
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mercoledì 22 febbraio 2017

Alberto Olivo, l'uomo con la moglie in valigia


olivo valigia moglie morta milano genova

A differenza di oggi, agli inizi del Novecento le informazioni non giravano certo veloci, e la foto di un cadavere non poteva essere diramata in pochi secondi a tutte le Questure, affinchè la vittima venisse riconosciuta.
Fu così che il ritrovamento, nelle acque portuali di Genova, di una valigia con all'interno una donna fatta a pezzi, e la denuncia anonima della sparizione di una signora milanese, non poterono essere messe in relazione se non dopo molti giorni.
Anzi, ancora oggi, questo macabro e per certi versi scandaloso caso giudiziario, è catalogato come un "noir" sia genovese, che milanese. Quasi che ognuna delle due città volesse e voglia annoverare questo delitto tra i propri fatti di cronaca nera. Anche se il processo, il vero scandalo, fu tutto milanese.
olivo valigia moglie morta milano genovaAndiamo per ordine: il 24 maggio 1903 nel porto genovese venne ripescata una grossa valigia galleggiante; apertala, si rinvenne, in abbondante naftalina, un cadavere femminile fatto a pezzi, eviscerato, mancante di taluni elementi, con il volto tumefatto, i capelli rasati quasi a zero.
Sulle prime, sopravvalutando le correnti del porto ligure, si azzardò che la valigia fosse arrivata dopo giorni e giorni di deriva. Qualcuno ipotizzò persino che fosse arrivata da Londra, ultimo lavoro di Jack lo squartatore, le cui nefandezze ancora scuotevano l'opinione pubblica.
olivo valigia moglie morta milano genova
Più prosaicamente, si fecero presto avanti due facchini ed un barcaiolo: i primi ricordavano di un signore con baffetti, elegante, sceso dal treno in arrivo da Milano. Questi li aveva assoldati per farsi accompagnare fino al mare, e per lui trasportarono una pesante valigia.
Al porto, ottenne i servigi di un barcaiolo, per una breve escursione che disse di voler fare in attesa di poter ripartire. La valigia che l'uomo aveva con se, ricordava il barcaiolo, ad un certo punto cadde in acqua, e il forestiero confessò di volersene disfare per non pagarci i costi daziari.
Una giustificazione che al ligure dovette apparire in quel momento verosimile.
Così, mentre sotto la Lanterna si cominciava a far luce circa il ritrovamento raccapricciante, sotto la Madonnina, la questura era alle prese con una lettera anonima. Una delle tante che ogni giorno arrivavano sulla scrivanie dei funzionari, ma così circostanziata da meritarsi un approfondimento.
Vi si narrava della sparizione, da ormai molti giorni, di una giovane inquilina di via Macello 25, tale Ernestina Beccaro, dopo che la stessa e il marito erano stati uditi litigare furiosamente durante la notte. Venne convocato il marito, il contabile  Alberto Olivo, 48 anni.
Irreprensibile impiegato della Richard Ginori, famosa fabbrica sul naviglio Grande presso san Cristoforo, l'uomo raccontò dei frequenti screzi in casa, e della partenza della consorte dopo l'ennesimo, più aspro, litigio.
A suo dire, era andata a raggiungere dei parenti, tanto per sbollire la tensione coniugale. Sulle prime la cosa apparve plausibile, vista anche la serietà e la posizione sociale dell'uomo.
Successive indagini più approfondite però convinsero gli inquirenti che le cose non erano  poi così limpide. E soprattutto, era arrivata a Milano la storia della valigia e del signore milanese coi baffetti.
Riconvocato e messo alle strette, Alberto Olivo dovette confessare, e assumersi la paternità di valigia e cadavere annesso.
olivo valigia moglie morta milano genova macello olonaI tragici fatti si erano svolti nel modesto ma dignitoso appartamento di un edificio ormai scomparso, un tempo esistente al n. 25 di via Macello, a due passi dal macello cittadino (e dal mercato del bestiame) che si affacciava sull'attuale piazza sant'Agostino e via Olona.
 
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La via, poi rinnovata negli edifici, cambiò negli anni trenta il nome in Modestino quando venne aperto il parco Solari, sorto dove prima si estendeva lo scalo ferroviario per il bestiame in arrivo.
Un quartiere periferico e popolare, dove però il lavoro non mancava e neppure le occasioni di svago: caffè, osterie, la fiera di porta Genova e la famosa casa Reininghaus (in piazza Cantore), comprendente il Teatro Birraria Stabilini, café-chantant con sala da biliardo, frequentato da un pubblico grossolano e noto per le ballerine discinte.
Proprio quello svago che la signora Ernestina pare apprezzasse molto, con dispendio del denaro che il marito avrebbe preferito vedere risparmiato o investito.
Del resto, nel palazzo tutti avevano parole di elogio per il contabile, un signore educato, colto, gran lavoratore, con la passione per la matematica, decisamente più rispettabile di quella moglie pescata in un'osteria dove prestava servizio come cameriera.
I vicini raccontarono anche degli insulti che la signora rivolgeva troppo spesso al marito, per le scale, nell'androne, appena vi fosse l'occasione, e sempre per rinfacciargli la sua oculatezza nel gestire le finanze domestiche. Lei che invece spendeva i quattrini per vestiti, seratine ai caffè, locali da ballo, appunto.
L'Olivo ammise di aver pugnalato a morte la consorte il sabato sera del 16 maggio 1903. A suo dire, ella avrebbe rifiutato di accudirlo durante un malessere, insultandolo pesantemente.
Insomma, l'Olivo disse chiaramente di aver ucciso per reazione ad un brutale e volgare attacco, quasi senza neppure averne coscienza, in preda com'era ad una incontrollabile ira.
Dopo averla accoltellata, l'uomo narrò agli inquirenti di aver dormito fino a tarda mattina, essendo  domenica, e di aver poi approfittato della bella giornata primaverile  per una passeggiata tranquillizzante. Durante la quale, evidentemente, meditò sul da farsi. Suicidarsi, costituirsi, oppure evitare a tutti costi l'arresto.
Sappiamo che scelse la terza strada.
Così, i giorni successivi all'omicidio li passò lavorando alla Richard (per non destare sospetti) e al sezionamento del cadavere. Durante la settimana, un po' alla volta, riuscì ad eviscerare e scarnificare il corpo, liberandosi degli organi grazie allo scarico del gabinetto.
Poi rasò i capelli e infierì sul volto del cadavere per rendere problematica l'identificazione. Messi infine quasi tutti i pezzi in una valigia, approfittò del fine settimana ormai sopraggiunto per salire sul treno per Genova, con il proposito di far affondare la valigia e cancellare il suo gesto per sempre.
Firmato il verbale, Olivo venne tradotto a san Vittore, praticamente a due passi da casa.
Il processo iniziò l'anno successivo, nel giugno del 1904. Venne ben presto esclusa l'infermità di mente, benchè l'imputato soffrisse di epilessia e benchè lui stesso avesse descritto l'accoltellamento come un momento di cieca e violenta ira.
La giuria fu incredibilmente clemente, in pratica assolvendolo!

alberto olivo valigia macello moglie

Nel secondo grado di giudizio intervenne come perito il celebre e ancora accreditato Cesare Lombroso, che sostenne, forse anche per l'età avanzata, una tesi poco convincente circa la pazzia del reo confesso, auspicando l'assoluzione e la segregazione al manicomio della Senavra.
Giurati e giudici vollero invece vedere un delitto perpetrato da un marito raffinato, lavoratore, colto, risparmiatore, perennemente sbeffeggiato da una moglie irrispettosa, volgare, ignorante, dedita al vizio e allo sperpero di denaro.
Olivo fu giudicato colpevole solo di vilipendio e occultamento di cadavere. L'omicidio fu ritenuto l'epilogo di un litigio, logica conseguenza di una provocazione durata anni. Insomma ci fu sì uxoricidio, ma d'onore!
Ernestina se l'era cercata, Alberto aveva per forza di cose reagito, e di questo non lo si poteva rimproverare.
Condanna: una settimana di galera e 135 lire di sanzione pecuniaria (meno del suo stipendio mensile).
olivo valigia moglie morta milano genovaSe oggi provoca stupore, all'epoca il verdetto venne visto dai più come condivisibile, solo una certa stampa si scagliò contro questo metro di giudizio retaggio di costumi di secoli passati.
Olivo tornò subito un uomo libero e rispettabile. Scrisse di getto un memoriale con la sua biografia.
Cesare Lombroso inserì questo (delirante) scritto in un libro che intitolò: "Il caso Olivo" e che vide la luce nel 1905.
La vita riservò al vedovo ancora molti anni sereni, che passò accanto alla seconda moglie. Ebbe anche il piacere di vedersi pubblicato un suo scritto di matematica, la sua vera passione.
Superati gli ottanta anni,  lo si incontrava ancora, elegante e coi baffetti bianchi, mentre raccontava stanco ma compiaciuto la sua storia a qualche giovanotto curioso.
Morì serenamente nel dicembre 1942, a Milano.
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Mauro Colombo
febbraio 2017
maurocolombomilano@virgilio.it

















mercoledì 15 febbraio 2017

La demolizione del Lazzaretto


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Il vasto quadrilatero del quattrocentesco edificio ospedaliero del lazzaretto (lungo 378 metri e largo 370) occupava un'area delimitata dalle attuali direttrici San Gregorio, Lazzaretto, Vittorio Veneto e Buenos Aires.
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Terminato il suo utilizzo dopo la nefasta e famosa peste del 1630 (entrata nella storia anche grazie al Manzoni), l’edificio venne sfruttato dall’Ospedale maggiore per vari usi, dandolo in locazione a diversi privati lungo i decenni che ne videro il suo progressivo, inesorabile, declino.
Infatti, mentre le stanze che si affaccivano sul corso Buenos Aires (all’epoca stradone Loreto) furono riconvertite in botteghe, altre zone furono occupate da emarginati e nullatenenti, che vi si installarono facendone le loro case di fortuna.
lazzaretto milano buenos aires demolizione

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Tralasciando alcuni sporadici utilizzi che lo videro al centro della vita cittadina, come nel 1797 quando in piena esaltazione napoleonica venne ribattezzato Campo della Federazione, in onore della federazione di città cisalpine, e divenne il fulcro di effimeri festeggiamenti e tornei, la sua presenza era vista come un ingombrante problema. Tanto da farci passare in mezzo il viadotto ferroviario, nel 1861, in concomitanza con l’apertura della vecchia stazione centrale (dove oggi si apre piazza della Repubblica). 
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Dopo vari tentativi, finalmente l’Ospedale maggiore riuscì a trovare un compratore: la banca Credito Italiano sborsò poco più di un milione e 800 mila Lire. Scopo dell’acquisto: demolizione immediata per realizzare il quartiere che ancora oggi vediamo.

lazzaretto milano buenos aires demolizione

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Pertanto, tra il 1882 e il 1890, il lazzaretto venne raso progressivamente  al suolo, salvo una porzione, per momoria cittadina, ancora visibile in via San Gregorio
lazzaretto milano buenos aires demolizione bagattiVennero inoltre salvate vaste porzioni dai fratelli Bagatti - Valsecchi, che le trasportarono e riassemblarono nella loro tenuta di Varedo (dove ancora sopravvivono).
Anche alcune colonne in granito di Baveno vennero recuperate, e ricollocate nel palazzo Luraschi, in corso Buenos Aires. Per il resto, un po’ di foto, stampe, le pagine dei Promessi Sposi e l’encomiabile libretto di Luca Beltrami, che ne fece accurata descrizione architettonica quandò comprese che nulla lo avrebbe risparmiato dal piccone demolitore. 
Operetta tirata in sole 300 copie, delle quali 200 a totale beneficio dell’Ospedale maggiore. Così chiudeva il Beltrami: “...augurandomi che abbia a rafforzarsi sempre più il rispetto per le memorie del nostro passato, le quali spesso si trovano nelle trasformazioni edilizie travolte e compromesse senza fondate ragioni od inevitabili necessità, e senza che vi siano sostituiti dei reali miglioramenti edilizi”. Sante parole ancora attuali!
Mauro Colombo
febbraio 2017
maurocolombomilano@virgilio.it

giovedì 9 febbraio 2017

Quel de la guggia (lo scambista)


duomo milano guggia scambio tram

Una figura professionale scomparsa (salvo rari casi dovuti a lavori o guasti) era quella dell'addetto agli scambi (o deviatoi) posizionati sui binari tranviari.
Lo scambista era equipaggiato con una lunga asta metallica, appuntita, che utilizzava per far scattare il meccanismo del deviatoio, al sopraggiungere di un tram. Era lui insomma che smistava le vetture a seconda della direzione che queste dovevano prendere.
Un lavoratore che il popolo milanese aveva subito ribattezzato "quel de la guggia", proprio perchè il suo arnese somigliava ad una grossa guggia, forma dialettale per indicare l'ago.
Egli passava le giornate (o i turni di lavoro) presso lo scambio assegnatogli, ed interveniva quando arrivava un tram. Ecco perchè, tra un passaggio e l'altro, era solito attendere seduto su una cassa di legno posizionata nei pressi del deviatoio. Lui era sempre lì, sole o pioggia, caldo o freddo. Spesso con l'ombrello, per ripararsi da pioggia o sole.
L'avvento dell'elettrificazione degli scambi lo ha mandato in pensione, salvo appunto, come si diceva all'inizio, in caso di lavori o guasti.
Ho qui raccolto un po' di scatti che lo immortalano, seduto sul suo sgabello.

duomo carminati scambista guggia
duomo scambista tram guggia

duomo milano guggia scambio tram

duomo milano guggia scambio tram

scambista tra Cordusio e via Dante
mauro colombo
febbraio 2017
ultima modifica settembre 2021
maurocolombomilano@virgilio.it