Mauro Colombo
marzo 2022
maurocolombomilano@virgilio.it
La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi, le sue curiosità. Un blog di Mauro Colombo che vi accompagnerà lungo i secoli del grande passato di Milano.
Mauro Colombo
marzo 2022
maurocolombomilano@virgilio.it
Poco dopo l'entrata in guerra dell'Italia (24 maggio 1915), ci si rese conto che per quanto la Sanità militare fosse ben organizzata e professionalmente di alto livello, anche grazie alla Croce Rossa Italiana, la situazione al fronte andava gestita con metodi nuovi.
L'altissimo numero di soldati feriti, la tipologia di ferite spesso devastanti a causa delle armi da fuoco utilizzate nel conflitto, il posizionamento dei teatri di battaglia in località montane e difficilmente raggiungibili, spinse molte menti illuminate a cercare continue soluzioni per alleviare sofferenze e salvare giovani vite.
Il professor Baldo Rossi (1868-1932) dell'ospedale Maggiore di Milano, maggiore medico della CRI, dopo alcuni sopralluoghi al fronte si rese conto che i feriti gravi non trasportabili non ricevevano, dalle unità sanitarie posizionate in prima linea, alcun vero soccorso chirurgico, benchè fondamentale e urgente. I poveretti venivano rimandati alle strutture sanitarie di seconda linea, dove nella maggioranza dei casi non arrivavano vivi per i traumi subiti o per le complicanze che il trasporto comportava. Fondamentale sarebbe stato non tentare inutili e rischiosi trasporti, ma operare d'urgenza lì dove il ferito si trovava, a ridosso della prima linea.Il professor Rossi ideò così una snella unità chirugica mobile, da montare e smontare rapidamente e da aggregare alle unità sanitarie di prima linea. Questa nuova unità sanitaria fu pensata per ospedalizzare fino a 100 feriti, completa di tutta la strumentazione chirurgica. L’ospedale avrebbe potuto contare sulla dotazione di tende e baracche trasportate su sei autocarri (un Fiat 15 ter, celebre veicolo pensato per il Regio Esercito, e altri 5 autocarri leggeri), cui si poteva aggiungere quello con l’attrezzatura radiologica (autocarro radiografico) e 2 automobili e un carro per la sterilizzazione.
La tenda chirurgica, dove i medici avrebbero finalmente potuto operare d'urgenza persino in prima linea, sarebbe stata alimentata elettricamente (illuminazione e sterilizzazione) dal motore del Fiat 15 ter, che prestava tramite una cinghia i propri cavalli per alimentare le apparecchiature necessarie.
Il 20 dicembre 1915 sì costituì un Comitato milanese, retto dall'onorevole Giuseppe De Capitani D'Arzago,
che raccolse prestissimo, grazie alla generosità dei milanesi, 250.000 lire, sufficienti a dar vita alla prima
unità sanitaria, che fu intitolata per riconoscenza alla "Città di Milano" e della quale divenne direttore lo stesso prof. Baldo Rossi (ricordo che la generosità dei milanesi aveva già permesso a fine ottocento di allestire un ospedale fluviale).
L'inaugurazione di tale ospedale mobile avvenne il 28 marzo 1916, nel cortile del Collegio militarizzato di san Celso, dove l'intera unità venne allestita e presentata.
Visto l'entusiasmo, si riuscì in breve tempo ad allestire un secondo ospedale chirurgico mobile, gemello del primo, grazie al contributo della Cariplo, e per questo intitolato alle "Province Lombarde".
Fu poi allestito, nel 1917, un terzo ospedale chirurgico mobile, quest'ultimo intitolato Giovanni Battista Monteggia, il celebre chirurgo che aveva operato tra il '700 e l'800 presso l'Ospedale Maggiore di Milano e presso la Pia casa delle partorienti di santa Caterina alla Ruota.
Varie furono le zone, sempre avanzate, dove questi ospedali operarono, salvando vite laddove diversamente sarebbe stato impossibile.
Proprio per cercare di districare meglio il traffico ormai sostenuto della zona, peraltro caratterizzata dal passaggio di numerose linee tranviarie, ed alleviare così il compito dei Vigili sempre presenti, fu studiata l'installazione di una lanterna semaforica, che venne ufficialmente accesa il 1° aprile 1925.
Il suo funzionamento fu inizialmente (e forse sperimentalmente) previsto tra le 15.15 e le 19.15. Il resto della giornata, e soprattutto il mattino, fu lasciato nelle mani dei Vigili, forse perchè il traffico del mattino era più complicato e meritevole di un occhio umano esperto.
Non pensiamolo, quel semaforo, semplice ed immediato come siamo abituati oggi. Infatti si illuminava con una luce rossa (stop per le automobili), bianca e rossa (via con i pedoni, stop ai veicoli); gialla (via ai tram); verde (via alle automobili e motocicli); gialla e verde, per dare il via a tutti i veicoli indistintamente.
Il risultato parve ai più "una sorta di cinematografo incomparabile, trovandovi uno spasso che uno più bello non si saprebbe immaginare”.
Soprattutto all'inizio, i risultati furono deludenti, tanto che ".....i veicoli stavano fermi, inchiodati nelle vie di provenienza da lunghissime code su due o tre file, formate da trams, automobili, carrozze e carri, motociclette e biciclette in cordiale promiscuità frammisti, nel gioioso conforto della famosa sorte comune e nella strepitante cacofonia di clakson, trombe, campanelli d’ogni timbro e d’ogni forza, sonanti la feroce sinfonia della protesta”.
Vuoi che i milanesi non accolgono sempre bene le novità e le giudicano spesso come inutili se non dannose, vuoi che la confusione generata fosse davvero troppa, fatto sta che così venne sarcasticamente deriso quel marchingegno:
Il sistema venne poi migliorato, e gli impianti semaforici cominciarono a diffondersi anche in altri incroci di Milano.
Fonti:
Biffignandi D., “DESTRA E SINISTRA PER ME PARI SON…” Quando la legge ti prende la mano, Museo dell'automobile, 2003
settembre 2021
Milanoneisecoli
maurocolombomilano@virgilio.it
Questo aumento vertiginoso di nuovi palazzoni, prevalentemente nelle periferie che si espandevano a dismisura a scapito di campagne e cascine, accolse in grande misura l'immensa immigrazione dal Sud Italia. Si calcola che nel decennio a cavallo tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta si trasferirono al Nord almeno 10 milioni di abitanti delle zone del Mezzogiorno, spostando la forza lavoro dall'agricoltura all'industria.
Tra i tanti quartieri che andavano crescendo, e tra i tantissimi palazzoni che salivano come funghi, prendiamo come esempio (anche per capire quale aria si respirava all'epoca, e quale entusiasmo circondava il completamento di ogni nuovo complesso edilizio) l'imponente inaugurazione del Quartiere Edison di via Primaticcio (zona Lorenteggio).Domenica 27 marzo 1960, una mattina fresca ma soleggiata, vide radunarsi migliaia di persone e le immancabili autorità cittadine e religiose, in quella periferia appena nata, una zona da poco conquistata alle campagne. Poco distante sorgeva e sorge la cascina Corba, mentre non molto più in là verrà poi abbattuta, per far posto ad altri palazzi, la cascina Arzaga.
Il complesso edilizio tutt'ora esistente è compreso nel triangolo formato dalle vie Primaticcio, san Gimignano, Soderini. La sua realizzazione, costata alcuni anni di lavori nell'ambito del piano INA Casa, fu curata dalla Società Edison, per assegnare moderni alloggi ai propri dipendenti e alle loro famiglie.Come venne raccontato dal quindicinale Notiziario Edison, inviato ai dipendenti del gruppo, sul numero 6 del 31 marzo 1960, il progetto aveva portato alla costruzione di 15 palazzi di sette piani, per un totale di 598 appartamenti. Gli edifici risultavano immersi in un vasto spazio verde solcato da innumerevoli vialetti, e da uno spiazzo centrale a mo' di piazzette. Ad un vertice del tringolo, fu costruito un Asilo d'infanzia oggi comunale.
Tra le tante curiosità storiche che caratterizzano piazza XXIV maggio (l'antica piazza del mercato, qui un articolo dedicato) non passa certo inosservata la maestosa quercia rossa posizionata quasi all'imbocco di corso san Gottardo.
Oggi questo storico albero si regge in piedi anche grazie ad un esoscheletro in putrelle d'acciaio realizzato a forma di piramide, posizionato nel 2019 da una carpenteria bergamasca, per cercare di aiutare la chioma.
mauro colombo
ottobre 2020
maurocolombomilano@virgilio.it
Dopo l'esordio milanese, nel lontanissimo 1906, di una filovia sperimentale all'interno del recinto della Esposizione internazionale, la storia di questo intelligente veicolo ha visto successi e insuccessi, momenti di grande sviluppo e momenti in cui sembrava destinato a sparire.
Se infatti dagli anni '30 il sistema filoviario milanese iniziò ad avere un progressivo sviluppo, con impiego di filobus su molte linee, a partire dagli anni '70 numerose linee filoviarie furono trasformate in autolinee, eliminando la linea aerea.
Oggi, sopravvivono come linee filoviarie esclusivamente la 90-91, la 92 e la 93.
Sicuramente, tra i vari mezzi impiegati durante così tanti decenni (molti Fiat o Alfa Romeo), uno è entrato nel cuore dei cittadini: la filovia Fiat 2472 carrozzata Viberti con apparato elettrico CGE, in gergo chiamata "Vibertone".
Della Fiat sappiamo tutto, della CGE di Milano, in via Tortona (compagnia generale elettricità) abbiamo parlato qui, diciamo qualcosa in più sulla Viberti: nata nel 1922 a Torino, si specializzò da subito in carrozzerie di autobus e filobus per veicoli Fiat, realizzando poi anche rimorchi e semirimorchi per veicoli da trasporto pesante. Passata più volte di mano, entrata nell'orbita di altri gruppi, ha cessato in anni recenti la propria attività.