La storia di Milano, i suoi luoghi, i suoi personaggi. Un blog di Mauro Colombo

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giovedì 2 marzo 2017

I campanili del Duomo

duomo torre campanile milano


Nel 1866 venne decretata per motivi di sicurezza l'immediata demolizione della torretta campanaria in mattoni posta sul tetto del Duomo.  
A questo punto, la mancanza di un degno campanile per la Cattedrale venne da più parti stigmatizzata, soprattutto dalla Veneranda Fabbrica.

duomo torre campanile milanoDel resto, già nel concorso del 1862 per il completamento della facciata del Duomo, il Beltrami aveva ipotizzato un degno campanile gotico separato, da erigersi a ridosso della manica lunga del palazzo reale (dove oggi c'è l'arengario di epoca fascista).
Come sappiamo, non se ne fece nulla, e l'annosa questione si trascinò per altri decenni, fino a quando riemerse prepotentemente dopo la grande guerra.
Negli anni venti e trenta vennero predisposti numerosi progetti, anche sulla scia dell'indetto concorso pubblico per la realizzazione di una torre littoria (1934).
Ecco di seguito i progetti del Bacciocchi, quello del Cabiati, quello del Pasquè, quello di Zacchi:

duomo torre campanile milano


duomo torre campanile milano

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duomo torre campanile milanoIl progetto maggiormente apprezzato, e pubblicizzato con numerose simulazioni pittoriche (pare fosse anche apprezzato da Mussolini) fu quello ideato e disegnato dal pittore Vico Viganò, come da progetto per la prima volta reso pubblico nel 1927.
Intitolato "Torre delle memorie delle vittorie delle glorie", prevedeva un campanile alto più della Madonnina, e sulla cima avrebbe brillato un faro.
campanile duomo vico viganòcampanili duomo viganòLe feroci critiche sollevatesi da più parti fecero però accantonare l'idea, tant'è che nel 1938 venne premiato, al concorso per la sistemazione di piazza Duomo, il progetto di un ben diverso edificio monumentale, il palazzo dell'Arengario (architetti Portaluppi, Muzio, Magistretti e Griffini), il cui cantiere vedrà la luce nel 1939.
E così il Duomo rimase privo  di un vero campanile.
Le tre campane principali (e anche la quarta) rimasero pertanto posizionate in una zona non visibile, vicine al tiburio.


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mauro colombo
marzo 2017
ultimo aggiornamento: settembre 2017
maurocolombomilano@virgilio.it
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mercoledì 22 febbraio 2017

Alberto Olivo, l'uomo con la moglie in valigia


olivo valigia moglie morta milano genova

A differenza di oggi, agli inizi del Novecento le informazioni non giravano certo veloci, e la foto di un cadavere non poteva essere diramata in pochi secondi a tutte le Questure, affinchè la vittima venisse riconosciuta.
Fu così che il ritrovamento, nelle acque portuali di Genova, di una valigia con all'interno una donna fatta a pezzi, e la denuncia anonima della sparizione di una signora milanese, non poterono essere messe in relazione se non dopo molti giorni.
Anzi, ancora oggi, questo macabro e per certi versi scandaloso caso giudiziario, è catalogato come un "noir" sia genovese, che milanese. Quasi che ognuna delle due città volesse e voglia annoverare questo delitto tra i propri fatti di cronaca nera. Anche se il processo, il vero scandalo, fu tutto milanese.
olivo valigia moglie morta milano genovaAndiamo per ordine: il 24 maggio 1903 nel porto genovese venne ripescata una grossa valigia galleggiante; apertala, si rinvenne, in abbondante naftalina, un cadavere femminile fatto a pezzi, eviscerato, mancante di taluni elementi, con il volto tumefatto, i capelli rasati quasi a zero.
Sulle prime, sopravvalutando le correnti del porto ligure, si azzardò che la valigia fosse arrivata dopo giorni e giorni di deriva. Qualcuno ipotizzò persino che fosse arrivata da Londra, ultimo lavoro di Jack lo squartatore, le cui nefandezze ancora scuotevano l'opinione pubblica.
olivo valigia moglie morta milano genova
Più prosaicamente, si fecero presto avanti due facchini ed un barcaiolo: i primi ricordavano di un signore con baffetti, elegante, sceso dal treno in arrivo da Milano. Questi li aveva assoldati per farsi accompagnare fino al mare, e per lui trasportarono una pesante valigia.
Al porto, ottenne i servigi di un barcaiolo, per una breve escursione che disse di voler fare in attesa di poter ripartire. La valigia che l'uomo aveva con se, ricordava il barcaiolo, ad un certo punto cadde in acqua, e il forestiero confessò di volersene disfare per non pagarci i costi daziari.
Una giustificazione che al ligure dovette apparire in quel momento verosimile.
Così, mentre sotto la Lanterna si cominciava a far luce circa il ritrovamento raccapricciante, sotto la Madonnina, la questura era alle prese con una lettera anonima. Una delle tante che ogni giorno arrivavano sulla scrivanie dei funzionari, ma così circostanziata da meritarsi un approfondimento.
Vi si narrava della sparizione, da ormai molti giorni, di una giovane inquilina di via Macello 25, tale Ernestina Beccaro, dopo che la stessa e il marito erano stati uditi litigare furiosamente durante la notte. Venne convocato il marito, il contabile  Alberto Olivo, 48 anni.
Irreprensibile impiegato della Richard Ginori, famosa fabbrica sul naviglio Grande presso san Cristoforo, l'uomo raccontò dei frequenti screzi in casa, e della partenza della consorte dopo l'ennesimo, più aspro, litigio.
A suo dire, era andata a raggiungere dei parenti, tanto per sbollire la tensione coniugale. Sulle prime la cosa apparve plausibile, vista anche la serietà e la posizione sociale dell'uomo.
Successive indagini più approfondite però convinsero gli inquirenti che le cose non erano  poi così limpide. E soprattutto, era arrivata a Milano la storia della valigia e del signore milanese coi baffetti.
Riconvocato e messo alle strette, Alberto Olivo dovette confessare, e assumersi la paternità di valigia e cadavere annesso.
olivo valigia moglie morta milano genova macello olonaI tragici fatti si erano svolti nel modesto ma dignitoso appartamento di un edificio ormai scomparso, un tempo esistente al n. 25 di via Macello, a due passi dal macello cittadino (e dal mercato del bestiame) che si affacciava sull'attuale piazza sant'Agostino e via Olona.
 
olivo valigia moglie morta milano genova













La via, poi rinnovata negli edifici, cambiò negli anni trenta il nome in Modestino quando venne aperto il parco Solari, sorto dove prima si estendeva lo scalo ferroviario per il bestiame in arrivo.
Un quartiere periferico e popolare, dove però il lavoro non mancava e neppure le occasioni di svago: caffè, osterie, la fiera di porta Genova e la famosa casa Reininghaus (in piazza Cantore), comprendente il Teatro Birraria Stabilini, café-chantant con sala da biliardo, frequentato da un pubblico grossolano e noto per le ballerine discinte.
Proprio quello svago che la signora Ernestina pare apprezzasse molto, con dispendio del denaro che il marito avrebbe preferito vedere risparmiato o investito.
Del resto, nel palazzo tutti avevano parole di elogio per il contabile, un signore educato, colto, gran lavoratore, con la passione per la matematica, decisamente più rispettabile di quella moglie pescata in un'osteria dove prestava servizio come cameriera.
I vicini raccontarono anche degli insulti che la signora rivolgeva troppo spesso al marito, per le scale, nell'androne, appena vi fosse l'occasione, e sempre per rinfacciargli la sua oculatezza nel gestire le finanze domestiche. Lei che invece spendeva i quattrini per vestiti, seratine ai caffè, locali da ballo, appunto.
L'Olivo ammise di aver pugnalato a morte la consorte il sabato sera del 16 maggio 1903. A suo dire, ella avrebbe rifiutato di accudirlo durante un malessere, insultandolo pesantemente.
Insomma, l'Olivo disse chiaramente di aver ucciso per reazione ad un brutale e volgare attacco, quasi senza neppure averne coscienza, in preda com'era ad una incontrollabile ira.
Dopo averla accoltellata, l'uomo narrò agli inquirenti di aver dormito fino a tarda mattina, essendo  domenica, e di aver poi approfittato della bella giornata primaverile  per una passeggiata tranquillizzante. Durante la quale, evidentemente, meditò sul da farsi. Suicidarsi, costituirsi, oppure evitare a tutti costi l'arresto.
Sappiamo che scelse la terza strada.
Così, i giorni successivi all'omicidio li passò lavorando alla Richard (per non destare sospetti) e al sezionamento del cadavere. Durante la settimana, un po' alla volta, riuscì ad eviscerare e scarnificare il corpo, liberandosi degli organi grazie allo scarico del gabinetto.
Poi rasò i capelli e infierì sul volto del cadavere per rendere problematica l'identificazione. Messi infine quasi tutti i pezzi in una valigia, approfittò del fine settimana ormai sopraggiunto per salire sul treno per Genova, con il proposito di far affondare la valigia e cancellare il suo gesto per sempre.
Firmato il verbale, Olivo venne tradotto a san Vittore, praticamente a due passi da casa.
Il processo iniziò l'anno successivo, nel giugno del 1904. Venne ben presto esclusa l'infermità di mente, benchè l'imputato soffrisse di epilessia e benchè lui stesso avesse descritto l'accoltellamento come un momento di cieca e violenta ira.
La giuria fu incredibilmente clemente, in pratica assolvendolo!

alberto olivo valigia macello moglie

Nel secondo grado di giudizio intervenne come perito il celebre e ancora accreditato Cesare Lombroso, che sostenne, forse anche per l'età avanzata, una tesi poco convincente circa la pazzia del reo confesso, auspicando l'assoluzione e la segregazione al manicomio della Senavra.
Giurati e giudici vollero invece vedere un delitto perpetrato da un marito raffinato, lavoratore, colto, risparmiatore, perennemente sbeffeggiato da una moglie irrispettosa, volgare, ignorante, dedita al vizio e allo sperpero di denaro.
Olivo fu giudicato colpevole solo di vilipendio e occultamento di cadavere. L'omicidio fu ritenuto l'epilogo di un litigio, logica conseguenza di una provocazione durata anni. Insomma ci fu sì uxoricidio, ma d'onore!
Ernestina se l'era cercata, Alberto aveva per forza di cose reagito, e di questo non lo si poteva rimproverare.
Condanna: una settimana di galera e 135 lire di sanzione pecuniaria (meno del suo stipendio mensile).
olivo valigia moglie morta milano genovaSe oggi provoca stupore, all'epoca il verdetto venne visto dai più come condivisibile, solo una certa stampa si scagliò contro questo metro di giudizio retaggio di costumi di secoli passati.
Olivo tornò subito un uomo libero e rispettabile. Scrisse di getto un memoriale con la sua biografia.
Cesare Lombroso inserì questo (delirante) scritto in un libro che intitolò: "Il caso Olivo" e che vide la luce nel 1905.
La vita riservò al vedovo ancora molti anni sereni, che passò accanto alla seconda moglie. Ebbe anche il piacere di vedersi pubblicato un suo scritto di matematica, la sua vera passione.
Superati gli ottanta anni,  lo si incontrava ancora, elegante e coi baffetti bianchi, mentre raccontava stanco ma compiaciuto la sua storia a qualche giovanotto curioso.
Morì serenamente nel dicembre 1942, a Milano.
olivo valigia moglie morta milano genova


Mauro Colombo
febbraio 2017
maurocolombomilano@virgilio.it

















mercoledì 15 febbraio 2017

La demolizione del Lazzaretto


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Il vasto quadrilatero del quattrocentesco edificio ospedaliero del lazzaretto (lungo 378 metri e largo 370) occupava un'area delimitata dalle attuali direttrici San Gregorio, Lazzaretto, Vittorio Veneto e Buenos Aires.
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Terminato il suo utilizzo dopo la nefasta e famosa peste del 1630 (entrata nella storia anche grazie al Manzoni), l’edificio venne sfruttato dall’Ospedale maggiore per vari usi, dandolo in locazione a diversi privati lungo i decenni che ne videro il suo progressivo, inesorabile, declino.
Infatti, mentre le stanze che si affaccivano sul corso Buenos Aires (all’epoca stradone Loreto) furono riconvertite in botteghe, altre zone furono occupate da emarginati e nullatenenti, che vi si installarono facendone le loro case di fortuna.
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Tralasciando alcuni sporadici utilizzi che lo videro al centro della vita cittadina, come nel 1797 quando in piena esaltazione napoleonica venne ribattezzato Campo della Federazione, in onore della federazione di città cisalpine, e divenne il fulcro di effimeri festeggiamenti e tornei, la sua presenza era vista come un ingombrante problema. Tanto da farci passare in mezzo il viadotto ferroviario, nel 1861, in concomitanza con l’apertura della vecchia stazione centrale (dove oggi si apre piazza della Repubblica). 
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Dopo vari tentativi, finalmente l’Ospedale maggiore riuscì a trovare un compratore: la banca Credito Italiano sborsò poco più di un milione e 800 mila Lire. Scopo dell’acquisto: demolizione immediata per realizzare il quartiere che ancora oggi vediamo.

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Pertanto, tra il 1882 e il 1890, il lazzaretto venne raso progressivamente  al suolo, salvo una porzione, per momoria cittadina, ancora visibile in via San Gregorio
lazzaretto milano buenos aires demolizione bagattiVennero inoltre salvate vaste porzioni dai fratelli Bagatti - Valsecchi, che le trasportarono e riassemblarono nella loro tenuta di Varedo (dove ancora sopravvivono).
Anche alcune colonne in granito di Baveno vennero recuperate, e ricollocate nel palazzo Luraschi, in corso Buenos Aires. Per il resto, un po’ di foto, stampe, le pagine dei Promessi Sposi e l’encomiabile libretto di Luca Beltrami, che ne fece accurata descrizione architettonica quandò comprese che nulla lo avrebbe risparmiato dal piccone demolitore. 
Operetta tirata in sole 300 copie, delle quali 200 a totale beneficio dell’Ospedale maggiore. Così chiudeva il Beltrami: “...augurandomi che abbia a rafforzarsi sempre più il rispetto per le memorie del nostro passato, le quali spesso si trovano nelle trasformazioni edilizie travolte e compromesse senza fondate ragioni od inevitabili necessità, e senza che vi siano sostituiti dei reali miglioramenti edilizi”. Sante parole ancora attuali!
Mauro Colombo
febbraio 2017
maurocolombomilano@virgilio.it

giovedì 9 febbraio 2017

Quel de la guggia (lo scambista)


duomo milano guggia scambio tram

Una figura professionale scomparsa (salvo rari casi dovuti a lavori o guasti) era quella dell'addetto agli scambi (o deviatoi) posizionati sui binari tranviari.
Lo scambista era equipaggiato con una lunga asta metallica, appuntita, che utilizzava per far scattare il meccanismo del deviatoio, al sopraggiungere di un tram. Era lui insomma che smistava le vetture a seconda della direzione che queste dovevano prendere.
Un lavoratore che il popolo milanese aveva subito ribattezzato "quel de la guggia", proprio perchè il suo arnese somigliava ad una grossa guggia, forma dialettale per indicare l'ago.
Egli passava le giornate (o i turni di lavoro) presso lo scambio assegnatogli, ed interveniva quando arrivava un tram. Ecco perchè, tra un passaggio e l'altro, era solito attendere seduto su una cassa di legno posizionata nei pressi del deviatoio. Lui era sempre lì, sole o pioggia, caldo o freddo. Spesso con l'ombrello, per ripararsi da pioggia o sole.
L'avvento dell'elettrificazione degli scambi lo ha mandato in pensione, salvo appunto, come si diceva all'inizio, in caso di lavori o guasti.
Ho qui raccolto un po' di scatti che lo immortalano, seduto sul suo sgabello.

duomo carminati scambista guggia
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duomo milano guggia scambio tram

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scambista tra Cordusio e via Dante
mauro colombo
febbraio 2017
ultima modifica settembre 2021
maurocolombomilano@virgilio.it


giovedì 26 gennaio 2017

Il nudo censurato nel palazzo BCI del Portaluppi

case rotte omenoni portaluppi BCI


Nel 1927 furono approvati i progetti urbanistici per collegare agevolmente, secondo i dettami in voga all'epoca, piazza della Scala a corso Venezia: si vennero così a creare ben presto sia la nuova piazza Crispi (oggi Meda), sia il corso Littorio (oggi Matteotti). 
Gli sventramenti e le demolizioni necessari per tale rivoluzione toccarono anche piazza san Babila, che pagò un alto prezzo in termini di patrimonio storico, come del resto tutta la zona interessata.

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Negli immensi spazi così creati dall'ideale fascista di ordine, pulizia e maestosità, si sfogò la megalomania delle banche, che fecero innalzare le loro imponenti sedi: in piazza Crispi, la Banca Popolare di Milano si affidò al progetto di Giovanni Greppi, mentre al Portaluppi la Banca Commerciale italiana (che già aveva nel decennio precedente imposto la sua presenza in piazza Scala grazie al Beltrami) affidò la costruzione dell'edificio da erigersi proprio accanto al palazzo degli Omenoni, in via Case Rotte.

portaluppi case rotte omenoni BCI

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Il progetto del Portaluppi (che contestualmente si dedicò anche al restauro dello stesso palazzo degli Omenoni, adottando decisioni alquanto discutibili soprattutto per la ripartizione degli interni) prevedeva un massiccio corpo di fabbrica con colonne e una torre rappresentativa.

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Nel 1930 l'edificio risultava ormai completato, grazie alla celerità della "società anonima Ferraresi e Gandini costruzioni edili Milano", come testimoniano le foto dell'epoca e soprattutto la data che era incisa alla base della torre, esattamente sul bordo di una piccola fontana ornamentale (MCMXXX - IX: 1930, 9° anno dell'era fascista).
BCI commerciale banca portaluppi omenoni case rotteQuasi all'altezza del primo piano della torre, esisteva una nicchia con un altorilievo raffigurante una figura femminile nuda. La trovata del Portaluppi non ebbe largo apprezzamento, e al montare delle proteste di benpensanti e puritani, scattò la censura. Si dovette così rimettere mano alla base della torre, e dopo il 1931 nicchia e donna nuda vennero rimosse.
La scultura venne riposizionata all'interno del cortile, in modo che il corpo nudo risultasse visibile solo ai frequentatori del palazzo e non più ai passanti. La fontana venne rimossa in data successiva, forse perchè danneggiata.
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Mauro Colombo
gennaio 2017
maurocolombomilano@virgilio.it


venerdì 20 gennaio 2017

La tragica morte dell'arch. Alfredo Campanini

alfredo campanini morte milano vial eumbria

Alfredo Campanini (1873-1926),  nato in provincia di Reggio Emilia ma presto trasferitosi a Milano, si laureò in architettura, presso l'accademia di Brera, nel 1896 (allievo di Camillo Boito).
Già nel 1900 vince il concorso pubblico per la progettazione del padiglione delle Poste e Telegrafi da realizzarsi per l'Esposizione universale di Milano del 1906.
 Ben presto si afferma in città per le sue capacità di impresario edile e progettista, coniugando così, nella sua professione, gli aspetti pratici a quelli artistici.

bellini campanini libertybellini campanini liberty milanoDalla sua fantasia nascono alcune delle più pregevoli costruzioni liberty milanesi: la casa di via Bellini n. 11, con decorazioni plastiche all'esterno e le imponenti  statue femminili in cemento all'ingresso, la casa di via Pisacane n. 12, la casa in via Senato n. 28, con facciata in pietra e l'ultimo piano in ceramica, l'istituto S. Vincenzo, in via Copernico n. 1 (questo in stile neoromanico).
pisacane campanini liberty milano

senato campanini milano liberty

copernico campanini
Quasi sicuramente è sua la realizzazione (coeva al restauro del castello ivi presente) del caratteristico borgo neoromanico di Grazzano Visconti, presso Piacenza, su committenza di Giuseppe Visconti di Modrone.

campanini grazzano visconti

Fuori città, ricordo la bellissima villa Bernasconi a Cernobbio.
Gli anni successivi alla prima guerra mondiale si rivelano meno artistici e più pratici, dedicandosi il Campanini alla costruzione di edifici per abitazioni medio borghesi, senza più quell'impronta che aveva caratterizzato i primi anni di attività.
umbria camapnini morteE fu proprio durante la costruzione di un condominio in viale Umbria che l'architetto, appena cinquantatreenne, trovò la morte, inaspettata e tragica. Una morte del tutto simile a quella di un altro architetto tanto caro ai milanesi, anch'esso dell'Emilia Romagna, Giuseppe Mengoni, il padre della Galleria (1829-1877): una caduta da un'impalcatura di cantiere.

Le cronache dell'epoca ci raccontano che il 9 febbraio del 1926, Campanini era impegnato a verificare le fasi costruttive  dell'edificio (tutt'ora esistente) che stava sorgendo in viale Umbria 76. In tale edificio si sarebbero dovute trasferire le famiglie sfrattate dalle stamberghe di piazza Vetra, della quale l'architetto stava appunto curando la riqualificazione.
Mentre si trovava su un'impalcatura con il giovane carpentiere Ernesto Brusa, comasco, di anni 26, alle 17.10 collassava di colpo l'ala del palazzo alla quale l'impalcatura stessa era ancorata.
I due poveretti precipitarono al suolo, ma mentre il giovanotto se la cavò con leggere conseguenze, il Campanini rimase a lungo intrappolato sotto le macerie, da dove, con flebile voce, tentava di istruire i soccorritori affinchè lo liberassero. Giunsero sul posto "due carri dei pompieri dotati di lampade all'acetilene". Fu infine estratto, ma come scrisse il Corriere della Sera: "il volto apparve irriconoscibile, e in tutto il corpo erano ferite, fratture e lacerazioni. Lo sventurato con gli abiti a brandelli venne pietosamente deposto su una lettiga che si avviò veloce verso l'Ospedale Maggiore".
Il Campanini esalò l'ultimo respiro nel padiglione dell'accettazione.
Si appurò che l'ala crollata poggiava su fondamenta non solide, compromesse dagli allagamenti che in quei giorni si erano verificati per colpa della vicinissima roggia Gerenzana (che correva lungo la via Anfossi).
Forse fu dunque una fatalità, più che un errore progettuale, quello che costò la vita al famoso architetto del liberty milanese, vero artista che oggi riposa al Cimitero Monumentale.

Mauro Colombo
gennaio 2017
ultimo aggiornamento: maggio 2017
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maurocolombomilano@virgilio.it



domenica 8 gennaio 2017

Luigia Battistotti Sassi eroina delle Cinque Giornate


luigia battistotti sassi cinque giornate milano 1848

Nel panorama risorgimentale italiano, e nel nostro caso, milanese, vi è una figura femminile che si distinse sia per il piglio battagliero, sia per aver rappresentato un nuovo modello di donna, attiva e protagonista.
Luigia (o Luisa) Battistotti, vera icona femminile delle cinque giornate milanesi del 1848, era nata vicino a Pavia nel 1824, e si era poi trasferita a Milano per sposare un commerciante che qui aveva bottega, che di cognome, appunto, faceva Sassi.
Donna risoluta e indipendente, era per l'epoca all'avanguardia rispetto alle sue sue concittadine, abituate ad avere un ruolo più marginale,  sempre subordinato a quello dei mariti e dei padri.

battistotti sassi barricate cinque giornate milano 1848


Fin dall'inizio dell'insurrezione antiaustriaca, scese in strada con il proposito di partecipare attivamente alla battaglia. Nella confusione delle prime ore di insurrezione, prima ancora dell'erezione delle barricate, la nostra individuò un drappello di austriaci, strappò le pistole ad un soldato, e ordinò agli altri cinque di arrendersi. Consegnati poi i prigionieri ad un gruppo di Finanzieri (che ricordiamo erano schierati a favore del popolo insorto), dismise gli abiti femminili per organizzare la prima barricata, quella di Borgo Santa Croce.
Accanto ai moltissimi milanesi in armi, la sua figura entrò nella storia e nella leggenda, insieme a quella di tanti altri cittadini comuni che vollero avere un ruolo attivo nella cacciata dell'invasore (tra i quali ricordiamo l'Anfossi, Pasquale Sottocorno o il lattivendolo Meschia).
Il neonato Governo Provvisorio, che prese il potere non appena l'ultimo soldato invasore lasciò la città, le attribuì i giusti meriti: non solo la invitò in Duomo durante il Te Deum di ringraziamento per la vittoria, ma le riconobbe altresì un vitalizio.
luigia battistotti sassi cinque giornate milano 1848Di lei abbiamo anche un ritratto, quello tramandatoci da una incisione che veniva venduta per le strade nei giorni successivi, a testimonianza di quanto fosse ormai popolare. Qualche anno dopo entra persino tra le pagine di un romanzo, "La trovatella di Milano" di Carolina Invernizio.
La Battistotti ovviamente dovette abbandonare la città non appena gli Austrici rientrarono a Milano. 
Sappiamo che nel 1849 tentò di rifarsi una vita oltreoceano, sbarcando negli Stati Uniti, dove morì nel 1876.


luigia battistotti sassi cinque giornate milano 1848

Mauro Colombo
gennaio 2017
maurocolombomilano@virgilio.it